Vola il Gruppo farmaceutico italiano Menarini, che chiude il 2025 con un fatturato consolidato pari a 4,887 miliardi di euro, in crescita del 6,2% rispetto al 2024. Un risultato che rafforza il trend positivo degli anni precedenti e conferma la capacità della farmaceutica fiorentina di alzare sempre di più l’asticella. L’Ebitda si attesta tra i 440 e i 470 milioni di euro, in linea con il valore registrato nel 2024, pari a 460 milioni di euro. Un risultato che ribadisce il primato dell’azienda in Italia e la colloca tra le prime 32 realtà farmaceutiche mondiali.
A fare il punto è Lucia Aleotti, azionista e membro del Board di Menarini, nel corso di un incontro con la stampa alla Camera di Commercio di Firenze che ha celebrato i 140 anni di attività del Gruppo con un fatturato realizzato per l’81% nei mercati esteri e il 19% in Italia.
“Abbiamo chiuso l’anno con un bilancio positivo – ha sottolineato Aleotti – un dato legato al merito e alla capacità delle persone: voglio sottolineare che nel 2025 abbiamo assistito per la prima volta al sorpasso delle donne sugli uomini. Il 50,7% dei nostri 17.800 dipendenti sono donne, entrate nel Gruppo non per quote rosa ma per merito”.
I numeri
La volata della farmaceutica fiorentina, ha sottolineato Aleotti, è sostenuta dalla crescita nei mercati occidentali, in particolare negli Stati Uniti, “ormai il nostro secondo Paese”, grazie alla molecola elacestrant autorizzata per il tumore metastatico al seno. “Unico rammarico l’indebolimento del dollaro, che ha pesato per quasi 60 milioni tra Nord, Centro e America Latina”.
“Viviamo in un mondo non facile”, ha riconosciuto Aleotti guardando alle prospettive geografiche. “Abbiamo avuto difficoltà in Ucraina, per la guerra, e in Turchia, per la svalutazione della moneta e l’inflazione locale che non è stata recuperata”.
Non ha invece deluso la Cina, che lo scorso anno aveva tradito le aspettative del gruppo: “Ha avuto un trend molto interessante che ci fa ben sperare anche per l’anno in corso: dai 155 milioni del 2024 è tornata a crescere e arriva a 170 milioni, come ci aspettavamo”. In ogni caso anche gli Emirati e il Sud Est asiatico “lasciano ben sperare per il 2026, al netto degli sviluppi della crisi in Medio Oriente”.
La crescita, ha poi spiegato, è stata inoltre sostenuta dalla richiesta di un ampio ventaglio di prodotti per la salute: “Parliamo di circa 905 milioni di unità vendute in 140 Paesi”, con solide performance nelle storiche aree terapeutiche del Gruppo, cardio-respiratorio e diabete, un’area che supera i 4 miliardi di euro con un +172 milioni. Ma non solo: il fiore all’occhiello è l’oncologia. “Ci ha dato molte soddisfazioni: nel 2025 il nostro fatturato nell’area oncologica è cresciuto di 101 milioni, per un valore complessivo di 630 milioni di euro. Possiamo dire di correre una gara testa a testa con alcune delle più grandi aziende del mondo”.
Aleotti: “La spesa farmaceutica fuori controllo? Un falso storico. Il vero tema è se vogliamo curare o lasciare morire i pazienti”.
Non solo numeri: l’azionista e membro del board di Menarini guarda anche agli equilibri interni del nostro Paese e rilancia il confronto su costi, innovazione e sostenibilità.
Intervenendo sul tema dell’aumento della spesa farmaceutica, Aleotti ha respinto con nettezza l’idea che il comparto sia sfuggito a ogni controllo. “Fuori controllo è un falso storico enorme”, ha detto, contestando quella che considera una semplificazione tanto diffusa quanto fuorviante.
Il ragionamento parte da un dato che, secondo l’imprenditrice, dovrebbe bastare da solo a rimettere ordine nel dibattito pubblico. Se si osserva la spesa farmaceutica in farmacia a carico dello Stato lungo l’arco degli ultimi vent’anni, sostiene Aleotti, non si vede affatto un’esplosione della spesa. Al contrario, il valore sarebbe passato da circa 12 miliardi di euro di vent’anni fa a circa 8 miliardi di oggi. Da qui la domanda provocatoria: dov’è, concretamente, la crescita della spesa farmaceutica di cui si continua a parlare?
Per Aleotti, il problema è che troppo spesso si costruisce il dibattito su slogan e percezioni, senza distinguere tra i diversi segmenti della spesa. Da una parte c’è infatti la farmaceutica territoriale, dove da anni si registrano dinamiche di forte contenimento dei prezzi e dei margini. Dall’altra c’è l’innovazione, che entra soprattutto nell’area ospedaliera e che inevitabilmente comporta investimenti più alti, ma anche risultati clinici molto diversi rispetto al passato.
Ed è proprio qui che, secondo la manager di Menarini, si annida il nodo politico e culturale della discussione. Perché l’aumento della spesa legato all’innovazione non può essere letto come una semplice patologia del sistema, ma come la conseguenza del fatto che oggi i pazienti, grazie ai nuovi trattamenti, vivono più a lungo e meglio. “Un paziente che muore è un paziente che non costa. Un paziente che vive, grazie all’innovazione, è un paziente che comporta investimenti e una spesa farmaceutica”, ha affermato.
La competitività europea e la direttiva sulle acque reflue: una “tassa sulla pipì”
Un altro tema sollevato da Aleotti riguarda le nuove politiche europee sul fronte ambientale, in particolare la direttiva sulle acque reflue che prevede un contributo dell’industria farmaceutica ai costi di depurazione delle acque per rimuovere i residui dei medicinali. Una misura che Aleotti ha definito senza mezzi termini una “tassa sulla pipì”, che secondo alcune stime potrebbe costare all’industria circa 12 miliardi di euro l’anno.
“Chiedono alle aziende farmaceutiche di depurare tutti i fiumi d’Europa perché tracce del farmaco preso dal paziente finiscono nelle urine”, che a loro volta arrivano nelle acque. “Se consideriamo che sviluppare un nuovo farmaco costa in media circa 1,2 miliardi di euro, significa che parliamo di risorse equivalenti allo sviluppo di dieci nuovi farmaci ogni anno”, ha osservato Aleotti. “Questo non è fare politica industriale, è fare politica anti-industriale”.
Secondo la manager, il rischio è che l’Europa finisca per indebolire la propria competitività proprio mentre altre grandi economie stanno rafforzando il sostegno alle industrie strategiche. “Oggi i governi sono entrati pienamente nella competizione industriale”, ha ricordato. “La Cina sostiene le proprie imprese con politiche industriali molto forti e gli Stati Uniti stanno attuando strategie per attrarre produzione e investimenti sul loro territorio”.
L’AI e il Rinascimento della salute
Sul fronte dell’innovazione interviene anche Elcin Barker Ergun, Amministratore delegato del Gruppo Menarini, che richiama il ruolo sempre più rilevante dell’intelligenza artificiale nello sviluppo dei farmaci.
“L’AI sta accelerando in modo significativo la scoperta di nuovi farmaci e non pone particolari problemi di sicurezza nella fase di ricerca, perché nella maggior parte dei casi si tratta di piccole molecole basate su piattaforme chimiche solide”.
L’intelligenza artificiale, spiega Ergun, consente di velocizzare in particolare le fasi di screening e di identificazione delle molecole, mentre il processo finale resta quello tradizionale della sintesi chimica utilizzata da sempre per produrre i farmaci.
“Tradizionalmente la scoperta di un farmaco richiede dai 5 ai 10 anni di lavoro, ma grazie all’AI questo periodo può ridursi a 2 o 3 anni. Vedremo quindi arrivare sempre più farmaci a una velocità molto maggiore: è per questo che parlo di un Rinascimento nella salute”.
Grazie poi alla partnership con Insilico Medicine, Menarini “è in prima linea in questo approccio che sta trasformando non solo la scoperta dei medicinali, ma anche altre fasi dello sviluppo, dall’identificazione dei pazienti per gli studi clinici fino ai processi regolatori”.
Ergun ha poi richiamato la crescente centralità del Medio Oriente, con Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait che stanno emergendo non solo come mercati di sbocco per l’industria farmaceutica, ma anche come poli sempre più dinamici per innovazione tecnologica e investimenti nella sanità. “In alcuni casi farmaci innovativi possono arrivare più velocemente in questi Paesi rispetto ad altri mercati”, ha spiegato, citando come esempio alcune nuove molecole oncologiche e terapie della primary e specialty care.
Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda proprio il salto tecnologico che la regione sta compiendo, soprattutto sul fronte dell’intelligenza artificiale. “Sia gli Emirati Arabi Uniti sia l’Arabia Saudita stanno investendo moltissimo nell’AI”. Un processo favorito anche dalla nuova generazione di leadership politica che sta guidando trasformazioni economiche profonde nei due Paesi.
Per questo motivo, ha sottolineato, il Medio Oriente non dovrebbe più essere percepito solo come un’area dove vengono venduti farmaci e altri prodotti industriali :“Da quella regione potrebbero emergere molte innovazioni e sviluppi tecnologici nei prossimi anni”.
La resilienza delle catene di approvvigionamento dei principi attivi farmaceutici (API)
Ergun ha poi richiamato l’attenzione su un’altra questione cruciale per la sanità globale: la resilienza delle catene di approvvigionamento dei principi attivi farmaceutici (API).
Contrariamente a una percezione diffusa, ha spiegato, l’Europa continua a essere un importante produttore di principi attivi, anche se naturalmente esiste un forte interscambio con Cina e India. “In realtà il Paese più dipendente dalle importazioni di API è gli Stati Uniti”, ha osservato. “Gli Stati Uniti dipendono in larga misura da Europa, Cina e India per l’approvvigionamento dei principi attivi”.
Questo rende ancora più complessa la discussione sulla sicurezza delle catene globali del farmaco, soprattutto in un contesto di crescente competizione industriale e di possibili politiche di rilocalizzazione produttiva.
“La vera domanda è come l’Europa riuscirà a mantenere sia la produzione di API sia quella dei farmaci finiti”, ha spiegato Ergun, ricordando che molte aziende americane si affidano proprio agli impianti produttivi europei per parte della loro produzione.
Per la CEO di Menarini la questione non riguarda solo la sicurezza sanitaria. “La produzione farmaceutica significa anche posti di lavoro industriali, che sono un elemento fondamentale per la competitività economica di qualsiasi Paese”.
di Ester Maragò